Xenomorfi, facehuggers & tanta felicità

Okay amico, ci stiamo attrezzando. 

Facciamo prove, prendiamo misure. Studiamo la plancia dei comandi e intanto fendiamo nuvole, o nebbia, e questo immoto mare verdognolo. O quello che è. Perché a volte si naviga e altre si plana, e non ci è mai dato realemente modo di capire quando stiamo facendo l’una o l’altra cosa. Quando siamo giù, o su.

E comunque, come detto, stiamo solo scaldandoci, s’intende. Stiamo imparando a conoscerci, a capire come si fa.

Verrà il tempo -e verrà a breve, questa è una promessa- in cui ogni pagina di questo diario conterrà il nome e il cognome di qualcuno che ha arricchito lo JunkWorld là fuori con almeno uno dei suoi libri. Ci stiamo lavorando e ogni cosa accadrà, perché è per questo che noi stiamo quaggiù. Ma intanto c’è una nave da rodare e ancora un po’ di pane da mettere sotto i denti. Quanto basta perché ci si abitui al viaggio. A questo tipo di viaggio.

Quindi eccoci di nuovo qua, ad aggiornare il diario di bordo, in questo trip tra le meravigliose cose poco nobili che per me valgono una vita. Mentre solchiamo onde livide e melmose, e sotto di noi guizzano cose terribili e schifosamente meravigliose.

Dove siamo dunque oggi?

Le coordinate sono incerte, la bussola è fottuta da un qualche campo magnetico, le stelle non ci aiutano.

La nave sta planando sopra un promontorio isolato, in una zona continentale dello JunkWorld sferzata da venti freddi, dove la temperatura sembra essere di parecchi gradi sotto lo zero e l’aria praticamente irrespirabile. 

Certo, lo so: non siamo la Nostromo e non c’è stato inviato nessun dannato segnale d’aiuto. Ma ormai siamo qui. Quindi decido di atterrare. Adeguati.

Ma, amico, fidati: siamo a casa. Qui ci sono gli aliens di Ridley Scott e James Cameron (e di tutti quegli altri che hanno provato a immaginarseli, più o meno bene, dopo di loro). In tutte le loro maledette forme.

Quindi imbraccia il fucile, allaccia il corpetto, e dieci, nove, otto, sette, sei, cinque, quattro, tre…         

Mi piace che il viaggio faccia tappa da queste parti, perché quel cazzo di mostro ha avuto un ruolo tutt’altro che marginale nel farmi diventare quello che oggi sono. Quantomeno quello che oggi sono dal punto di vista artistico.

Avrò avuto poco meno di tredici anni. A quell’epoca a casa mia arrivavano i libri in copertina rigida di una collana in abbonamento che mia madre aveva sottoscritto. Ogni mese, per un anno o due, ci sarebbe arrivato un libro scelto dalla redazione editoriale. Più o meno a caso. 

Un mese arrivò Uccelli di Rovo, un altro Il mercante di Venezia. Poi, un altro mese ancora, arrivò Alien, di Alan Dean Foster E se dei primi due non me ne fregò praticamente nulla, di Alien, ovviamente, mi interessò subito scoprire di più.

Sette sognatori. Iniziava così. Ma leggerlo a quell’età non mi fu di particolare aiuto, e ricordo che non lo capì subito. Dopo poche pagine lo interruppi. Semplicemente non capivo dove volesse andare a parare. Lo interruppi, ma ci lasciai il segnalibro; speravo di tornarci su, più avanti. Perché sapevo, intuivo, di aver chiuso la pratica troppo in fretta.

Avevo ragione, naturalmente.

Quando trovai la copia VHS del film di Scott che da quel libro era stato tratto, già diversi anni prima, nel 1979, capì finalmente cosa mi era passato per le mani. E mi rendo conto di come molte cose ebbero inizio proprio allora, accidenti.

Adesso stiamo avanzando in questo posto oscuro e freddo, amico. Il nostro respiro si condensa dentro il casco a retroilluminazione e noi procediamo verso quell’enorme, magnifica struttura simile a una cassa toracica svuotata, rivolta verso il cielo greve. 

E non abbiamo paura, in fondo. Perché sappiamo bene cosa ci sta aspettando là dentro.

Il ciclo vitale di un Alien merita davvero di essere analizzato. 

Non è solo arte figurativa e cinematografica fatta molto bene, non è solo fervente immaginazione. No. La natura dell’Alien è molto di più. Io la trovo un miracolo di lucidità, fantasia, intelligenza, intuizione; il tutto condito da generose dosi di gusto dell’orrido e di conoscenze biologiche non comuni. È qualcosa che indubbiamente merita tutta la mia ammirazione. Non ha precedenti e non ha eguali in tutta la storia della letteratura e della cinematografia fantascientifica. Io e te, amico mio, dunque non potevamo non passare da qui.

Davanti a noi ci sono centinaia, forse migliaia di uova. Verdi, pulsanti. Sono gonfie di vita.

Ciascuna di esse contiene il proprio facehugger.

A covarle è stata la Regina Alien, unico essere della specie in grado di fare ciò. Lo fa attraverso quella gigantesca protuberanza flessibile e trasparente, detta ovopositore.

Il facehugger, dunque. Sì, il facehugger ti salta in faccia e ti inocula attraverso la bocca il proprio embrione. Lo fa prima di morire, il che avviene solo dopo che ha esaurito il suo compito. Pazzesco.

L’embrione ti cresce dentro il torace, fino a quando, poco tempo dopo, ti spacca il petto per venire alla luce (da qui il nome del cucciolo dell’alien, chestburster) e dare seguito alla propria vita. A scapito della tua.

Il cucciolo diventerà uno Xenomorfo adulto in breve tempo. O una Regina, che deporrà altre uova. E ogni xenomorfo assumerà forme diverse a seconda di quale organismo ha rappresentato la sua culla nella fase di gestazione; potrà avere fattezze umane o canine, o di qualsiasi altra creatura vivente possa averlo ospitato al suo interno.

Sì. Ce n’era abbastanza per farmi andare giù di testa. Credo di aver iniziato a desiderare intimamente di scrivere qualcosa che riguardasse quel fottuto mostro dal giorno in cui vidi per la prima volta il film.

Ho sempre visto in Alien la miracolosa capacità di sintetizzare la complessità della Vita. Qui intesa nella sua più profonda accezione biologica. In esso c’è vita e morte, e necessità degli esseri di trovare il modo di replicarsi e andare avanti, in barba alle regole del nuovo ospite. Gli alieni uccidono non in quanto avversi al bene e ai buoni che con le loro mega-armi li vanno a stanare. No. Gli alieni lo fanno in quanto strumenti della loro stessa natura. E lo fanno per portare avanti, e a modo loro, la Vita.

Scommetto che se i coralli delgi oceani, o le piante, nel profondo delle foreste equatoriali e dei boschi che ancora esistono, o i bradipi dell’Amazzonia, o le tarturghe, o le megattere a largo delle Galapagos, o tutte le altre cose che pian piano stanno sparendo da questo granello di sabbia sperso nell’Universo, se tutte esse fossero in grado di concepirci per quale tipo di creatura noi realmente siamo, e avessero gli strumenti per poterci raccontare, farebbero intere saghe sugli esseri alieni che un bel dì hanno attecchito in un mondo che non gli era appartenuto per eoni, distruggendolo nel volgere di brevi ere per i loro fini riproduttivi. Mangiandolo -letteralmente- per promuovere e affermare la loro inerziale necessità di sopravvivere.

Perchè di questo stiamo parlando: paradigmi della Vita, tanto gli aliens quanto quelli che su di loro ci hanno scritto libri e film. Siamo entrambi epifanie evidenti di quanto esistere possa essere famelico, terribile, blastico. Necessario e sbagliato, allo stesso tempo. Dipende solo da quale lato del confine si guarda la cosa.

Ma questo non è un taccuino di un filosofo. E quindi qui mi fermerò.

E comunque sì, è inutile negarlo: Alien (inteso come film, o come filone di film, ma anche più semplicemente come creatura e basta) è stato per me una traccia da seguire. Molto di esso, molto di quel mood, è venuto naturale trasferirlo in 1NR1. Gli incursori , i putti incistatori, i newborns neri che sbucano dagli incistati: è tutto brodo di alieno che cola e del quale non faccio (e mai farò) mistero.

Credo che il problema non sia tanto il rifarsi ai classici, quanto piuttosto trovare nei classici ai quali ci si è rifatti gli spunti giusti per creare qualcosa di totalmente nuovo e diverso. Non posso avere la pretesa di affermare di esserci riuscito al cento per cento scrivendo 1NR1 (anche se intimamente credo di sì), ma spero vivamente che, chiunque avrà il tempo e la voglia di leggerlo, da qui fino alla fine dei tempi, non ci trovi solo una “brutta copia” di qualcosa. Perché, dannazione, 1NR1 non lo è!

E ora avanti, amico mio: andiamo. Fai ronzare la tua arma e tieniti pronto, perché tra un po’ sbucheranno dalle pareti, sbucheranno dalle fottute pareti.

E prima di illuminare con il lanciafiamme il cunicolo dal quale stai fuggendo per tenerti vivo, dai un’occhiata a questo link :

www. monstermovieitalia.com. Ne vale la pena.

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