Logbook Day #3

Onore agli Yautja

Okay: stiamo aggiornando questo diario lentamente. Ma solo perché in questa fase stiamo iniziando. Sì, insomma. L’editing finale del romanzo mi sta assorbendo un po’ del tempo che rimane, e manovrare questa carretta in giro per lo JunkWorld (o Junkyard, chiamalo un po’ come meglio ti pare), tra un po’, non sarà facile. Così, ancora per qualche giorno, decido di rimanere quaggiù.

Esatto, amico mio: la nave è ancora in questo angolo di universo alieno, esattamente dove l’abbiamo lasciata l’ultima volta. Attorno a noi si stringe un abbraccio malevolo di gelo, che però ci piace, e cristalli taglienti di neve ci vorticano a un palmo dalle labbra secche e screpolate dal freddo. Stalattiti che formano un bosco immoto, proprio davanti ai nostri occhi. Sì, c’è ancora roba per noi, quaggiù.

Quindi prenditi il tempo che ti serve, siediti, e non fare movimenti bruschi, mentre starai con quì, acquattato con me. Perché, lo sai, potresti essere individuato facilmente.

Eccoli. 

Li vedi, amico?

Certo che li vedi, anche se le loro sagome trasparenti si confondono nel sottofondo del paesaggio di questa specie di giungla glaciale.

C’è un sottile file rouge, che poi tanto sottile non è, che collega tra loro i mondi degli Aliens e dei Predators (o meglio degli Yautja). La possibilità che le due realtà fantascientifiche più azzeccate della cinematografia degli ultimi trent’anni (a mio modestissimo parere, è ovvio) venissero fatte convivere in modo tale da esaltarne l’una le aberrazioni e i pregi dell’altra, era soltanto un’utopia nella mente dei meno lucidi. Per quanto molti critici e amanti dell’una e dell’altra invenzione, nel corso degli anni, si siano affrettati a bollare spesso come negativo l’esperimento di creare una storia che le combinasse, io ho sempre trovato questa cosa una gran bella figata.

Intendiamoci: non sto parlando del prodotto cinematografico in sé (Alien vs Predator, come film e come interpretazione degli attori che in esso recitano–dei quali non dirò- avrebbe davvero tanto da migliorare). No. Io sto proprio parlando dell’idea di far combattere un fottuto Yautja con un Alien incazzato nero. Era esattamente questo che ci mancava.

Dunque gli anni ’80 ci hanno lasciato questa grande eredità: questa specie di guerrieri dalla faccia aracnoidiforme, dotati dei più sofisticati sistemi di combattimento.

Li abbiamo visti per la prima volta in una remota giungla dell’America centrale. A quel tempo i muscoli di Schwarznegger erano altra roba e quel film (del 1987, per la regia di tal John McTiernan) segnò una svolta epocale nella storia del cinema di fantascienza. A quello ne seguirono altri, non di pari fortuna. Ma quel film, amico mio, quel film è davvero stato un blast per quelli come noi.

E adesso seguimi, amico. La giungla stavolta è un intricato susseguirsi di colonne ghiacciate, ricostruita in questo sotterraneo sperduto. E c’è una piramide, verso la quale stiamo andando.

Gli Yauntja hanno seppellito là sotto una temibile regina aliena, e se mi chiedi perché lo hanno fatto la risposta (che comunque dovresti conoscere, mio caro) è che i predatori salgono di livello nella loro gerarchia sociale solo dopo aver fatto fuori un Alien adulto. 

Capisci? Li fanno generare a scapito della specie umana per poi ucciderli e salire così di livello sociale.

Okay, ci sono almeno due o tre cose che in tutto ciò mi hanno sempre fatto girare la testa.

Primo. Gli Yautja sono una specie aliena stracazzuta. Sono fortissimi, paurosamente sul pezzo e qualora volessero potrebbero dominare qualsiasi civiltà a loro ostile.

Secondo. L’idea dell’organizzazione gerarchica della società degli Yautja è bellissima e molto azzeccata. Non si capisce come non ci abbiano ancora dominato definitivamente, accontentandosi di rimanere sepolti nell’Isola di Bouvet per tutto questo tempo.

Terzo. L’idea di far combattere “a scopo sociale” uno Yautja con un Alien l’ho sempre trovata un’idea illuminate, e se in questo post, amico mio, cercavi qualcuno che sostenesse l’esatto contrario di tale affermazione, beh mi dispiace averti deluso. Fosse per me non farei altro che immaginare guerre devastanti tra alieni e predatori, fino allo sfinimento (o all’estinzione di una delle due specie, ovviamente).

Il concept delle “guerre tra mostri” in senso lato ovviamente non riconosce in AvP (e in tutti i suoi derivati) il primo e più fulgido esempio. Sono cresciuto all’ombra di Godzilla che squassava le coste orientali del Giappone e non solo, mentre altri e anche più temibili kaiju gli tenevano testa. Le città crollavano una dopo l’altra sotto i loro colpi di coda e i getti infuocati che scaturivano da quelle fauci abnormi; l’umanità impaurita allora cercava vano rifugio in nuove catacombe post-atomiche, e i migliori topgun degli eserciti esaurivano le loro misere scorte di missili contro le corazze impenetrabili di questi esseri apocalittici. Una grandiosa e iconica rappresentazione di Male vs Male, dove si finiva con il fare il tifo verso quello più grosso. O più pauroso. O con maggiore potere distruttivo. E così via.

Non ne sono certo (non del tutto, perlomeno), ma l’amore verso questo genere di concept, dove “chi vince vince tanto sei fottuto uguale”, credo nasca da lì.

Ecco cosa mi accende: la straordinaria capacità del Male (o, più cinematograficamente parlando, del cattivo di turno) di rendersi immenso e fascinoso, allorquando si presenti in queste sue rocambolesche epifanie. Così caotico e distruttivo fino a diventare pure entertainment. O meglio: fino a farti appassionare ad esso, e alle sue evoluzioni; fino a farti diventare, in altri termini, un suo accanito fan.

Ma c’è di più, almeno dal mio punto di vista. Imparare a fare il tifo per un mostro ti apre la mente. Sul serio. Educa ad allontanarti da certi stereotipi, forse persino (ma non vorrei esagerare) aiuta a catalizzare il tuo processo di crescita. Sì, insomma: c’è vita oltre il Bene che trionfa sempre. Soprattutto, c’è vita (e possibilità di grandezza) anche nel Male, soprattutto quando il Male, per una volta, è semplicemente rappresentato come la declinazione della (ovvia) natura proteiforme e cangiante delle cose. Di tutte le cose.

Perché si può essere sbagliati ma fare cose giuste. E, certamente, anche viceversa.

Tolti gli ideali folli e abumani di certi estremismi politici e religiosi, dei quali non dirò (e per causa dei quali mi vergogno di appartenere a questa specie animale), e al netto del ribrezzo che provo nei confronti dei moltissimi deviati e malati di odio che hanno sporcato la storia (non solo quella scritta nei libri) con i loro crimini ingiustifcabili, sono abbastanza disposto ad accettare apertamente la rilettura di praticamente ogni nefandezza che si è guadagnata nel tempo i galloni per essere definita come “il Male” di turno. Per provare a trovarci dentro qualcosa di più, e non necessariamente per giustificarla o, peggio, provare a emularla.

Non è questione di “fare il tifo per i cattivi”, perché questo rende fighi. No. E’ molto più banalmente contemplare la possibilità (ed eventualmente andarla a stanare, laddove esista davvero) che ogni forma di vita possa essere nociva e nobile allo stesso tempo. Dipende solo dal contesto dal quale la si osserva.

Se fossi una zanzara e le zanzare vivessero le loro piccole e oneste vite esattamente come noi viviamo le nostre, e se fossi più precisamente uno scrittore di letteratura mainstream zanzarese, con il mio bravo seguito di lettori della mia specie, e scrivessi in forma di romanzo la storia vera di una famiglia di anofeli che lotta per la sopravvivenza alla ricerca del sangue di un terribile neonato umano, protetto da sistemi insetticidi all’avanguardia, ecco, in un contesto del genere, chi giocherebbe dalla parte del Male?

Ci si potrebbe dilungare ancora, ma sono certo che io e te, amico mio, ci siamo intesi.

Quindi okay, ora torniamo ai nostri Yautja, prima che la notte si faccia tarda. E proviamo a capire perché, alla fine del giorno, sia valsa la pena fare rotta in questo meraviglioso e remoto (re)cesso di mondo.

Quando ho scritto 1NR1 molti stereotipi, diciamo così, letterari-cinematografici vorticavano disordinatamente nella mia testa. Sarebbe stato necessario (anche e forse soprattutto per la mia salute mentale) provare a mettere un po’ di ordine, e dunque così ho fatto. Ho riordinato le idee. 

Esattamente come avrebbe fatto chiunque altro rimettendo a posto una stanza messa a soqquadro, dopo un po’ mi sono ritrovato con in mano pezzi di cose che in un tempo non distantissimo della mia vita mi era piaciuto un sacco maneggiare. Molte di queste cose le ritroverai qui, in questo diario di bordo, amico mio. E tra queste ci troverai senz’altro quei dannati Yautja.

In 1NR1 le armi che Ron e gli altri incursori utilizzano per combattere gli angeli sono essenzialmente una specie di coagulo concettuale di quanto la mia immaginazione è riuscita a ottenere dagli anni di gioventù passati a guardare i Predators in giro per la foresta o a giocare lunghe ore a giochi da tavolo come Star Quest.

Abbiamo i pulseblaster (fucili di fusione cellulare a radionuclidi attivi) che sono fondamentalmente fucili al plasma capaci di incenerire singoli bersagli, da distanze ragguardevoli. E poi ci sono i Cellkrusher-K2, che sono armi ad attivazione mitocondriale, capaci di concentrare in fasci a propagazione circolare l’energia vitale drenata direttamente dalle cellule di chi li maneggia. Rispetto ai primi, i K2 fanno sicuramente molti più danni, nell’ordine di uno a dieci.

Bene: sono dunque convinto, rileggendo le pagine della mia storia, che uno Yautja che si rispetti apprezzerebbe davvero tanto avere uno di questi giocattoli di distruzione appeso alla cintola. Anche se, alla fine della fiera, probabilmente bramerebbe molto di più portarsi dietro, sull’astronave madre, la testa mozzata di uno di quei fottutissimi angeli che squassano ciò che resta della Terra del 3065.

Share This