Di paradossi, multiversi & Spiga 

S’era detto, all’inizio di questo viaggio, che le tappe sarebbero anche state atolli di nostrana letteratura weird (e qui lasciatemi far passare l’accezione più ampia del termine, please), in questo mare fantastico e dimenticato. Sì, s’era detto eccome. E allora, in questo oceano di meravigliosa spazzatura, di cose che amiamo per idiosincrasia, di elementi che ci attraggono e ci ammaliano, eccoci giunti qui.

C’è una pioggia orizzontale che affligge questo posto. E viene voglia di chiudersi in cabina, e aspettare che il peggio passi oltre, che questi maledetti scogli ci scivolino via dalla vista. Ma è in posti come questo che, alla fin dei conti, ai piace stare, vero?

E oggi su questo ponte ci sei tu, Massimo Spiga. Tra le mie letture recenti ho già collezionato molta ruba tua. Maestro, mozzo, capitano, mago, sniper: accidenti, amico, tu sei tutto questo e molto di più, fattelo dire.

Se JunkYard fosse una città e se questa città avesse un ordinamento civico, tu avresti già fatto la tua discreta carriera politica, Massimo. Avresti già vinto un paio di elezioni, mantenuto due o tre promesse importanti, raccolto accoliti adoranti che ti avrebbero rieletto per l’eternità. E così via.

Lascia pure che i tuoni ruggiscano e che il vento ci fischi attorno: fermate ogni cosa e godetevi l’Apocalisse, perché qua siamo a casa di Massimo Spiga.

Oggi parliamo di Paradox, un romanzo del 2016 , edito da Acheron Books.

In modo molto banale, mi verrebbe da chiederti, caro Massimo, cosa ti ha spinto a scriverlo,e forse implicitamente lo sto facendo proprio ora. Ma intanto provo a raccontarmelo di nuovo, mentre aggiorno questo diario. E no, non farò spoiler, quindi puoi rimettere quell’arma nella fondina e tornare tranquillo, amico mio. E nessuno si farà male.

Dunque, di cosa parla Paradox?

Beh, in estrema sintesi: Paradox è la storia di un cronoclisma, un evento-frattura che impatterà sul pazzesco loop spazio-dimensionale nel quale si trovano impigliati i nostri protagonisti da una gran quantità di ere, e che (forse) potrebbe mutarne il destino. Ma sarà veramente così?

La faccenda inizia con Perla, l’adolescente che vive in un mondo fatiscente e degradato (la città vecchia, un quartiere disagiato della Roma di fine anni ‘90). La vita è dura: una casa da badare, un padre sbronzo (e stronzo), fratelli piccoli e scavezzacollo, l’assenza di prospettive. Ma Perla è una ragazzina tosta, sa il fatto suo. A testa alta, sempre, tra le miserie e i pericoli del mondo. Un mondo, quello in cui tutto questo ha inizio, che i suoi occhi ci restituiscono per quello che è: un incantevole relitto alla deriva della civiltà, pieno di scheletri semoventi e partite di hashish vendute nei vicoli e nelle piazzette. E in mezzo a tutto ciò, Perla scopre a un certo punto Tao, un barbone. Tao è la summa di dottrine e pensieri complessi, un teorico del paradosso e allo stesso tempo uno studioso. È insieme a Tao che Perla, una notte del 1999, vede per la prima volta il Cubo. Un’iconica rappresentazione di un blocco spazio-dimensionale, che, allo stesso modo di come farebbe una cometa, si ripresenta puntuale dal nulla, ogni anno, nello stesso giorno, nello stesso modo, nella stessa ora, prima di sparire. Fino al prossimo giro. Dal primo momento in cui ciò avviene, la vita di Perla cambia direzione. Oltre alla routine ferale nella quale la sua condizione di vita la costringe più o meno da quando è al mondo, la ragazza trova una nuova ragione d’essere. Adesso trascorre il tempo nell’attesa di quell’unico giorno dell’anno nel quale il Cubo fa la sua fugace apparizione. Per Perla è l’occasione di fuggire, sebbene solo per pochi attimi. Così, ecco che quando arriva il Cubo, lei è lì, su quel terrazzo fatiscente, come sempre, nel buio della sera, ad attenderlo, a sperare di capire cosa realmente esso sia,  da dove venga. Cosa -o chi- contenga al suo interno. 

E intanto la vita scivola, come sempre avviene. Tra piattume e speranze, lavori che vanno e vengono, amici (Tao) che spariscono, nuovi amori e altre cose, futili e fondamentali al contempo.

Ma quella notte del 2013 -Perla è ormai una giovane donna- ecco che avviene: il Cubo squassa la realtà di Perla, e di fatto dà inizio alla storia (ma sarà poi davvero così?).

Da quel momento le vite (e le dimensioni) della ragazza, del Gatto dei Portali, o più semplicemente “D(gran figata di personaggio, davvero) che lei lì per lì salverà, e del Giallo suo nemico giurato nei secoli dei secoli, si intersecheranno e intrecceranno. E da quel momento, cari miei, vi toccherà seguire tutti loro nel corso della storia -anzi, della Storia-, tra le vie di una Parigi occupata, fin nel cuore di deserti insondabili extradimensionali e persino in mezzo a oligofreniche creature in puro stile high-fantasy, in uno degli scorci di spazio-tempo nei quali il signor D si ritroverà catapultato, per sfuggire (o inseguire?) alla sua nemesi. Una battaglia tra due antagonisti che si ripete, e si ripete, e ancora, e poi ancora. Fino a quando…no: arrivate in fondo e scopritelo da voi!

Sì, insomma: in Paradox c’è un po’ la vasta storia dell’universo (o meglio, la storia di una parte infinitesimale di esso, che tuttavia lo rappresenta nella sua essenza più totale) che si coagula e si ripete. Un infinito loop dal quale solo un dettaglio che inceppi la macchina potrà liberarci.

Eh già: le circa 250 pagine del libro affrontano (a meraviglia, direi) il fottutamente difficile  tema dei paradossi spazio-temporali, argomento attorno al quale molti prima di te, caro Massimo, si sono arrovellati, a volte fino a rimetterci le penne di scrittore; e lo fanno miscelando bene gli ingredienti giusti, inamovibili, che ogni canonico viaggio nel tempo dovrebbe sempre avere. Ma allo stesso tempo introducendone di (relativamernte) nuovi. 

I cani umani, tanto per dire: parliamone. Ho trovato la loro spaventosa sagoma dietro molti angoli bui, dopo aver letto il libro. La loro rappresentazione grafica (per quanto la descrizione che ci regali la renda tutto sommato pleonastica) la si può trovare in bella mostra sulla copertina di un altro libro acheroniano (l’antologia horror Dark Italy, alla quale, presto o tardi, questa carretta navigante farà rotta). In Paradox i cani umani sono la banalità anonima e onnipresente del quotidiano, quel genere di figure incapaci di incidere la storia ma che, alla fine, ne costituiscono il reale tessuto connettivo. Sono il popolo piatto dei social di oggi, ma anche un po’ gli agenti Smith di Matrix o, qui forse azzardo, i bassi in impermeabile di Cuori in Atlantide, di Stephen King. Prodotti e pedine di un organismo immenso e spaventoso, che tutto regola e fagocita: la Macchina.

Non dirò cosa realmente sia la Macchina che ci viene qui raccontata, dal momento che molto del senso del libro vi ruota attorno (e nessuno, qui, vuole togliere a nessuno il piacere di scoprirselo da sé). Mi limiterò solo  a fornire la cronaca di ciò che mi è accaduto dopo la lettura della pagina del romanzo in cui viene in parte rivelata la stravolgente essenza di questa entità. 

Beh, in verità è accaduto molto poco: se proprio vuoi saperlo ho chiuso il libro, sollevato lo sguardo nel vuoto e subvocalizzato un’invocazione al membro virile. Tutto qua.

Poi, com’era ovvio, dopo svariati secondi di decompressione emotiva, ho ripreso a leggere…

Naturalmente in Paradox c’è molto (ma molto) altro che ti colpisce. 

I tribunali biologici, per esempio. Ecco, un’altra gradita rivelazione (quantomeno per me). Quando li incontro per la prima volta, dopo l’incidente del Cubo, ne rimango piacevolmente spiazzato. Forme aberranti angeliche (il mio romanzo d’esordio parla di angeli, quindi è normale che il diapason vibri in circostanze come questa…), che svolazzano inquietanti tra gli squarci appena aperti di un palazzo, alla periferia di Roma. Nessuno riesce a vederli, nella realtà ordinaria, sebbene questi esseri ultradimensionali ci stiano costantemente intorno. Essi “mangiano le colpe”, e si ingozzano del “letame psichico” del mondo di ogni giorno. Creature meravigliose, composte da architetture di linguaggio (adoro!), che vengono disattivate dal non-sense bisillabico di una parola semplice semplice: DADA! E c’è qualcosa di tanto oscuro in loro -così come nei cani umani di cui sopra-, che alla fine, pur non cogliendolo del tutto (la loro apparizione nelle vicende narrate è tutto sommato abbastanza fugace), questo qualcosa ti rimane impigliato addosso e te lo porti dietro fino all’ultima pagina.

E poi: i rimandi a Joyce (un frammento di storia si svolge proprio alla sua ricerca, a spasso per i wormholes del multiverso). E all’universo di William S. Burroughs che -parole tue, Massimo- ha rappresentato un po’ il motore propulsivo principale delle pagine che hai riempito.

Sai cosa? L’impressione che ho è che rimangano troppe cose da dire a proposito di questo libro, davvero, con i Titoli di Coda che vale la pena leggere, quasi quanto tutto il resto, per gustarsi al meglio tutto il sugo che rimane nel piatto.

Okay: il vento fischia, ed è già ora di ripartire. Concludo.

Ho trovato più di uno spunto indimenticabile in Paradox. E questa, dopo tutto, credo sia la mission di un libro (e di chi lo ha pensato, scritto, editato e infine pubblicato): lasciare il solco di sé. Un prima e un dopo, in chi lo legge, e lo consiglierà.

Tanto per essere chiari: Paradox NON è un libro semplice. Come detto, affronta il complicatissimo (per gli scrittori) tema dei paradossi spazio-temporali, che tante vittime ha lasciato -e lascerà- tra le penne di tutte le ere della narrativa. E lo fa pure in modo erudito, menando citazioni dottissime (e tutte ficcanti), che potrebbero a tratti scorare l’animo anche del più impavido lettore.

Ma è sicuramente un libro scritto benissimo, da consigliare a chiunque sia alla ricerca di un bel tozzo di letteratura fantastica nostrana, e che abbia magari il palato piuttosto fine. E’ un libro che ti regala scorci meravigliosi, che ti si annideranno da qualche parte nella mente, poco ma sicuro, e che ti ritroverai, anche magari a distanza di molto tempo, quando ti capiterà di immaginare guerre infinite e distanze inconcepibili, Dei Schiavi e angeli neri, e distese immote ai confini del Tempo.

E per questo voglio dirti di cuore grazie, Massimo: felice di averti fatto visita.

Se questo viaggio ha un senso, e se ho scelto di farlo, in parte è anche merito tuo.

Hasta la revoluciòn spaziotemporale!

“La guerra è stata terribile. Montagne di carcasse di donne e bambini fino al cielo, imprigionate in costrutti atemporali, condannati a morire per sempre. Interi continenti…interi pianeti scorticati dalla furia delle stelle. Quando lo stermino è giunto all’apice, il flusso del Tempo è stato deviato dalle fazioni in lotta. Ho visto metropoli avvizzire e ridursi in cenere attorno a me, i miei amici cessare d’esistere. Colossi d’organi emergere da un oceano acido. Buchi neri senzienti proiettare i loro tentacoli affamati verso colonie spaziali. Specie intelligenti, caricate su cristalli di tempo artificiale e gettate nei gorghi rossi di Ra’wth. E poi i forni. I forni.”

 

[tratto da Paradox, di Massimo Spiga; Acheron Books, 2016]

Share This