Orizzonte, approaching 

Il fatto è che non è semplice trovare il tempo per aggiornare questo diario.

Si deve leggere, per poter scrivere. E per fare entrambe le cose -e per farle tanto e bene (come a tutti noi piacerebbe)- dovremmo disporre di giornate di trentacinque ore. O, più banalmente, di punti d’accesso a wormholes spazio-temporali che ci dislochino per brevi lassi in punti dell’universo dove il tempo scorre a un decimo della velocità terrestre. Cose così, insomma.

Eppure mi sono promesso di pigiare i tasti, e anche sempre più spesso, nei giorni che verranno. Giorni nei quali, parlerò un po’ più di me e del libro che, dopo poco più di due anni, sta finalmente vedendo la luce. Lo farò, tra una tappa e l’altra del viaggio, tra un Paradox e un Night Bird, e altri libri-atollo ancora, che non sarà difficile trovare in questo arcipelago immenso.

Solcando il mare gelido e violaceo nel quale ho scelto di trascorrere il mio tempo quaggiù, ho ben messo in conto che ci sarebbero stati giorni belli e altri brutti. Dei secondi me ne sbarazzerò, ogni volta che me li troverò tra i piedi. E dei primi, beh, dei primi ne farò tesoro, ovviamente. E, amico mio, uno di questi potrebbe presto sorgere oltre la cornice spigolosa dell’orizzonte prossimo. Ora ti dirò.

In breve: sta per uscire il mio libro. Il mio primo romanzo.

Sì, amico, hai capito bene: lo JunkYard si sta espandendo, e questa volta l’atollo che sbucherà dal fondo oceanico porterà inciso il mio nome strambo. E solo quello.

Si intitolerà 1NR1-Il Codice dell’Espiazione- e sarà un romanzo ambientato nel futuro che forse sarà. Una storia a base di pochi ingredienti. Pochi, sì, ma affidabili: l’azione, un’apocalisse post-atomica con i fiocchi, e un Vaticano divenuto forza bellica in mano ai mutanti. Cuocere a fuoco intenso per 220 pagine e mantecare tutto con (l’) amore.

Una storia che mi ha tenuto compagnia per quasi tre anni. Sì, tre anni: tanto è passato. Da quando l’ho immaginata e scritta in prima stesura, per poi lasciarla decantare nei ricettacoli di silicone della memoria di due o tre chiavette USB, a quando l’ho rivista, e mutata, sulla scorta delle sagge indicazioni di Masa Facchini, il mio brutale ma giusto editor (tutti dovrebbero essere brutalizzati da un editor, secondo me: il mondo diventerebbe un posto migliore…).

E insomma, il momento è giunto, amico. 

Ron Kasemero, ti presento il mondo: fai ciao ciao. E no, non è quello nel quale sguazzerai tu, attraverso le pagine della storia nella quale ho voluto imprigionarti. Diciamo che questo in cui nasci potrebbe esserne il doloroso prequel, in anticipo sui tempi di consegna (quando per una volta ci piacerebbe ricevere certi doni in debito ritardo). Insomma: tant’è.

Non abbiamo ancora Papa Kion I, ma abbiamo comunque Trump & Co., e al posto dei K2-cellkrusher o dei plasmablaster per ora ci facciamo bastare i kalashnikov e i fucili d’assalto M4. Ma a parte questo (che comunque non sarebbe nemmeno un gran problema) le cose procedono abbastanza bene sulla strada per l’Apocalisse.

Torno al libro. Scrivendolo, avevo in testa diverse cose.

Cominciamo da questa. 

Una colonna sonora. Che fa così:

Tum-tu (due, tre, quat’). 

Tum-tu (due, tre quat’).

Tum-tu (due, tre, quat’)…

Una delle principali immagini che si è lungamente trastullata con i pensieri dentro la mia testa, e non solo durante la stesura di 1NR1 o di altri racconti alieni nei quali mi sono piacevolmente perso (uno di questi si intitola The Golodnyy Matter, e dorme sepolto in una delle cartelle d’archivio del mio drive),ma proprio fin da quando ero un adolescente, è stata quella della creatura chiamata più semplicemente La Cosa che il buon maestro Carpenter John, da Carthage, USA, ha portato in vita per tutti noi, nel 1982. Mutuandolo liberamente da un altro capolavoro della fantascienza: La cosa da un altro mondo (Who Goes There?, 1938) di John W. Campbell, già alla base del film omonimo del 1951, prodotto da Howard Hawks.

L’essere che dà vita a forme aberranti di sé, generandosi da ogni segmento corporeo amputato dell’ospite che riesce a infettare, umano o animale che sia, è un vero capolavoro horror/sci-fi che non mi risulta aver avuto eguali, in tutta la storia passata e presente del cinema. Alien escluso,ovviamente. Ma per La Cosa la faccenda è diversa: altra tipologia di contaminazione, più di stampo virale, altra capacità di rivelarsi al mondo.

Ogni buon scrittore che cerca di dare il giusto tocco di delirio alle sue storie al limite non può non avere nel proprio bagaglio culturale quel capolavoro del cinema horror degli anni ’80.

Ho scritto molti brani delle mie storie con in cuffia quei rintocchi solenni di basso.

Tum-tu (due, tre, quat’). 

Tum-tu (due, tre, quat’).

Tum-tu (due, tre, quat’)…

In ogni caso, a suo tempo il bravo Kurt Russel sapeva il fatto suo. Non trovi?

Ne La Cosa è stato superlativo, ad esempio. Non smetto di trasmettermi nella testa la scena del test sul campione di sangue. La ricordi?

I tipi sono tutti lì, asserragliati in uno dei locali di questa base antartica. E devono scoprire chi è l’infettato. L’unico modo per farlo non può che essere quello di testare il campione di sangue di ciascuno con un filo metallico surriscaldato. Kurt dà le carte. Testa il sangue, un campione alla volta. E quando alla fine salta fuori il nome del malcapitato è solo una festa di sangue e di lanciafiamme che cantano. 

Che capolavoro, amico mio, che capolavoro…

La concezione di un disegno (a volte solo vagamente) scientifico che percorra i sentieri abietti del Male (nella sua solita accezione allargata della quale parlavamo tempo fa, sempre su questo diario di bordo) è un esercizio che adoro. C’è un’architettura fatta di legami chimici, di basi azotate e atomi instabili, più o meno alla fine (o all’inizio) di ogni cosa. Certo, una comune biologia che governa l’Universo immagino sia da considerarsi una visione alquanto limitata e limitante, ma è quello cui siamo abituati. Amiamo distorcere ed estremizzare le cose finite delle quali siamo fatti, quando ci risulta complesso creare archetipi totalmente diversi. E dopotutto credo sia abbastanza normale.

Non esiste dunque terrore più grande di quello che ci può incutere la percezione di come la nostra biologia basata sul Carbonio possa mutare. Per effetto di un virus, o di un dannato esperimento andato a puttane, o di una contaminazione aliena.

E così, quando provo a classificare i mondi fantastici che popolano la mia testa, mi accorgo che alla fine questi possono solo configurarsi in due macrocategorie: con o senza DNA

Alla prima appartengono gli angeli e gli incursori spaziali di 1NR1, insieme alle vicende terrestri che essi affrontano; nella seconda, invece, ci infilo i demoni, gli spettri e gli dei. E sul come i due continenti siano collegati (perché è ovvio che lo sono), e quanti e quali ponti ogni giorno mi piaccia immaginare e imprigionare in qualche nuovo file di scrittura, beh, tutto quello che posso dirti è ‘benvenuto nel mio parco giochi preferito, amico’.

Il libro che sta per uscire, tanto per dire, uno di questi ponti lo ha provato a costruire eccome: ti basterà dare uno sguardo alla copertina per capire di cosa parliamo (a meno che tu non abbia mai visto una doppia elica di acido desossiribonucleico, meglio conosciuto da amici e clonatori di creature aberranti vari con uno degli acronimi più famosi della storia: DNA, appunto).

Sicuramente in 1NR1 il tema della rigenerazione di esseri mutanti ed estremamente pericolosi è ben presente. Non voglio fare mistero circa questa cosa, e se confesso che buona parte delle immagini che mi hanno fatto scrivere alcune pagine della mia storia vengano proprio da film e libri come quelli che sto qui citando credo di fare semplicemente un atto dovuto. L’alieno de La Cosa, insieme agli xenomorphi (e a molto altro ancora, che pian piano svelerò, ammesso che tu, amico mio, non lo abbia già capito da te) sono stati il mio pane quotidiano e non potevo non portarmeli dietro nel primo romanzo di genere, quando mai fossi arrivato a scriverne uno.

Io ambizioso Dante, loro inconsapevoli Virgilio.

Sul serio, ho amato troppo Alien e Fuga da New York (e tutta quella bella roba lì), per non farmela scivolare via dalle dita, più o meno inconsapevolmente, nelle notti in cui ho pestato sulla tastiera di questo pc per creare il mondo invaso dagli angeli neri nel quale  Ron e gli altri incursori vanno a guadagnarsi la pagnotta. La materia dalla quale questa meraviglia di JunkYard è venuta fuori deve pur aver preso forma da qualche parte, dopo tutto. E 1NR1 sarà JunkYard, a tutti gli effetti.

Ma credimi: scrivere questo libro non è mai stato un dannato copia-e-incolla, nemmeno per un istante. Si è trattato solo di un modo in più per tenere tutto ciò con me, per sempre.

E se mai mi leggerai, se mai vorrai darmi questa chance, beh, saprai che sto solo dicendo la dannatissima verità.

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