Questa bambina è mia.

C’è un punto dove l’orizzonte si piega. E quel punto è dove le nuove isole sorgono dal mare.

Abbiamo perso il conto dei giorni, in questo viaggio, lo so bene. Ma lo JunkWorld è un luogo immenso, e certe cose capitano. Capita così di dover attendere molto tempo, dopo aver salpato da una terra ferma, prima di poter gettare di nuovo l’ancora. Ma dicevo, appunto, dell’orizzonte che si piega. E dunque, sì: eccolo laggiù, il nuovo atollo verso il quale facciamo rotta oggi.

La battigia ha il profumo delle cose da scoprire. E sulla spiaggia, piantato con un palo, un cartello recita le due parole (con il loro sottotitolo) di oggi: Louise Brooks. Due vite parallele (Ed. Watson).

Benvenuto, mi dico: eccomi nel mondo di una delle penne nascoste più interessanti di questo oceano viola. 

Oggi siamo giunti a casa di Laura Scaramozzino.

In sintesi (molto in sintesi), Louise Brooks. Due vite parallele, è la storia di un misterioso omicidio che riguarda un uomo che la nostra Louise (fulgido esponente del Nuovo Cinema Impulsionale) pare non avere mai conosciuto. Scopre la notizia con un messaggio sul cellulare, dopo aver trascorso una notte con la collega Greta (Garbo, la qual cosa pare sia veramente accaduta). Non sa chi Edmond J. sia, eppure molti dettagli si riannodano gli uni agli altri, molti indizi si svelano, pagina dopo pagina. E il sentiero che si dipana ci conduce alla scoperta della verità. O, perlomeno, di una delle possibili verità.

Ora, credo ci siano molti modi per parlare di questo libro. Louise Brooks è un romanzo thriller distopico, scritto in chiave introspettiva, galleggiante nello spazio-tempo e pieno zeppo di rimandi e di agganci che sbalordiscono. Ma è soprattutto un myistery dalle tinte cupe (tinte che, giusto per essere espliciti, io adoro), un ottimo noir, splendidamente scritto e orchestrato, snello e ficcante. Davvero: se almeno uno dei generi citati nelle ultime quattro righe fa vibrare il vostro diapason interiore, non potete non farvi il regalo di leggerlo.

Alcune scene hanno la vividezza degli “interno-giorno” di un certo tipo di cinema, altre la luce di quelle vecchie fotografie, dove i colori assumono tinte diafane e sembrano essere restituiti da una lente opaca. E ogni cosa si miscela all’altra in un modo davvero speciale.

E poi, come detto, si danza che è una meraviglia nello spazio e nel tempo. Ci si imbatte nella nostra protagonista, a Torino, e la si ritrova a fronteggiare un passato orribile in uno sperduto paesino del giovane Occidente americano, Cherryvalle, nel Kansas, dove lei stessa è nata.

Come nella miglior tradizione delle storie scritte bene, anche qui ci porteremo dietro una frase-totem. Nel caso di questo ritratto di Louise Brooks, la frase iconica è questa: questa bambina è mia”. Ma chi sarà davvero questa bambina e quale angosciante fiaba oscura si porti dietro sarà tutto da scoprire. Sì, perché c’è un segreto che permea l’intera storia. Ed è un segreto orribile. Ci viene instillata la sua presenza in modo sapiente fin dalla prima pagina. Sarà -vedrete- come guardare un’opera di Lynch, solo che gli occhi, questa volta, saranno quelli delicati e geniali di una scrittrice che gioca con i salti temporali e i paradossi. Niente male, insomma.

Il gioco dei richiami spazio-temporali ti piace, eh Laura? Beh, quello è evidente. Ma, come in altre occasioni mi è già capitato di dire, spostarsi avanti e indietro sulla linea del tempo non è un mestiere facile per i creatori di mondi. Chi lo fa, deve saperlo fare, e bene, per non incappare in rovinosi capitomboli. E vuoi sapere una cosa? Il tuo andirivieni tra le dimensioni l’ho trovato straordinario. Ci sono salti che mi hai fatto compiere con la leggerezza di un volo calcolato, una planata con atterraggio perfetto, al termine della quale non ho sentito il bisogno di rileggere per capire (cosa che qualche volta si rende necessaria quando ci si trova ad affrontare i paradossi), quanto quello di rileggere per rivivere.

La tua Louise, cara Laura, è un compendio ben riuscito di schegge taglienti: ogni scheggia un dolore sepolto da qualche parte dell’esistenza -passata, presente o futura- della protagonista, dal quale non possiamo sottrarci. Ci viene addebitato tutto, alla fine del giorno, e ogni conto si paga all’ultima riga dell’ultima pagina.

Louise Brooks vive sulla sua pelle un dolore intramontabile. Il suo stesso volto, antonomasia del muto, è lo specchio nel quale ogni cosa è immortalata. Ed è attraverso quegli occhi, quell’espressione sognante, quel candore del viso, che ci viene data ogni possibilità di decifrare Bene e Male. Rancore e perdono. Oltre a tantissime altre antitesi. Un gioco delle parti ben condotto, dove finisci stupendamente invischiato.

Tra le belle trovate del libro, che scorre che è una meraviglia, l’impostazione parallela di due storie che riguardano la stessa protagonista, così distanti nel tempo ma, allo stesso tempo, tanto intrinsecamente simili.

E poi dicevamo di Lynch. Laura non fa mistero di amare la sua opera, sebbene la storia che qui ci propone sia originale e sostanzialmente diversa sotto tanti aspetti dal mood lynchiano nudo e crudo. Tuttavia, chi ha nelle sue corde l’essenza visionaria  del buon  David, non potrà che trovarsi a suo agio quando navigherà attorno ai flutti di questo bellissimo atollo weird.

Che dire di più? Beh, che Watson Edizioni ha davvero aperto con il botto questa collana di romanzi brevi intitolata Ritratti (alla quale, e lo dico con un orgoglio che non riesco ben a quantificare, prenderò parte anch’io, con un protagonista del quale ora nulla vi svelerò…). Questo Louise Brooks. Due vite parallele, merita davvero gli onori della ouverture. E, se il buon giorno si vede dal mattino, questo sarà davvero un giorno niente male.

“Infilava i guanti fino al gomito. Fumava nel retro del locale e annusava gli odori di cucina che si sfilacciavano nel cortile. Per farla cantare al Blue Moon, il gestore non le aveva chiesto i documenti. Gli era bastato guardarla e sentire cantare Solitude.  Le mani guantate aggrappate al microfono.”
[brano tratto da Louise Brooks. Due vite parallele, di Laura Scaramozzino; Watson Edizioni, 2020]

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